Enrico Guarnieri

Presentazione

Biografia

Enrico Guarnieri è nato a Signa Fi il 12 09 1949 ha studiato da autodidatta la storia dell'arte con particolare attenzione alla pittura macchiaiola ed agli artisti toscani del Novecento ,guidato ed aiutato nell'approfondimento tematico dal prof. Raffaele Monti .
Ha curato mostre ,pubblicato saggi ed effettuate conferenze
Dal 2010 collabora sul sito www.the professional competence.it curando lo spazio relativo all'arte.
Sempre dal 2010 è coordinatore artistico dello Studio7 .

Mostre curate

- Mostra di pittura di Mario Mugnai e di Marcello Bertini
Comune di Minucciano Lu Agosto 2004

- "Vibrazione del colore nel paesaggio" personale di Marcello Bertini, Caffè delle Logge Prato Maggio 2004

- "Il Centro nella Figura" collettiva di Roberto Panichi, Leonardo Panichi,Giovanni Mazzi, Marta Gierut e Carmelo Cutuli, Galleria il Paradisino Modena Maggio 2005

- Personale di Rodolfo Martini con opere della Collezione Landi , Circolo ARCI San Donnino Fi Marzo 2006

- Personale di Giovanni Mazzi Circolo ARCI San Donnino Fi Maggio 2006

- Collettiva di pittura di Maria Antonietta Canalini,Nidia Gugnez,Vladimiro Landini,Gabriele Pieralli e Nicola Puccetti , Circolo ARCI San Donnino Fi Ottobre 2006

- "Variazioni sul paesaggio" antologiche di Gabriele Pieralli e di Daniela Papucci, Circolo ARCI di San Donnino Ottobre 2007

- "Arte Sotto il Campanile" collettiva di pittura della scuola artistica di Francesca Vannini , Circolo parrocchiale di San Giovanni a Remole Pontassieve Fi Giugno 2008

- "L'Arte per l'Arte" collettiva di pittura e di scultura , Sala parrocchiale di San Donato In Polverosa Novembre 2011

-" Realta' Minima" mostra personale di Giovanni, Caffè letterario Giubbe Rosse Mazzi Febbraio 2013

PUBBLICAZIONI

LETTURA STORICO AMBIENTALISTA ATTRAVERSO LA PITTURA TOSCANA DELL'OTTOCENTO sulla rivista Arte e Fede n.16 Gennaio 2003

MACCHIAIOLI,UN VENTO NUOVO DA FIRENZE A CASTIGLIONCELLO
sul periodico del Rotary Club Firenze Sud n. 31 Marzo 2007

Scritti Artistici 2009
Sul n.1 della rivista The Professional Competence.
Lettura crìtica e semantica di un capolavoro di Fattori


Nel duplice intento di riprendere un tema a me caro e di mettere in risalto una splendida tavoletta del Fattori, presento ad un vasto pubblico l'opera "Stradina solitaria" o "Carrareccia" da me spesse volte vista in una collezione fiorentina. Questa preziosa tavoletta è validissimo e calzante esempio del credo macchiaiolo di voler dipingere solamente per il puro piacere, senza fini etici didattici e col solo intento di rendere al meglio, attraverso i l colore, l'impressione naturalistica ricevuta, a prescindere dal soggetto. Infatti, pochi sono i temi di disarmante ed anonima semplicità come questa stradicciola, una delle tante che si inerpicano su per i colli fiorentini e che, ancor oggi, sebbene in numero ridotto, possiamo vedere e percorrere appena ci lasciamo alle spalle le ultime case della città. Purtroppo, nonostante i miei sforzi, non sono riuscito ad identificare questa strada, forse andata distrutta neh'espandersi della città o inglobata in un asse viario di più grande comunicazione.

Questa opera è dipinta su una tavoletta ricavata dal coperchio della scatola dei sigari Habana, sigari fumati dal Fattori e da lui riutilizzata per dipingere; un vero riciclaggio ante litteram dettato più dai pochi soldi che da una coscienza ecologica ancora tutta da definire, come ebbi modo di segnale già in The Professional Competence qualche tempo fa in "Lettura storico ambientalista attraverso la pittura toscana dell 'Ottocento ". Molto probabilmente l'opera è stata eseguita fra il 1868 ed il 1870, datata e argomentata da studiosi fattoriani quali Dario Durbè e Vittorio Quercioli ed è una delle primissime idee per un tema che riprenderà in modo più articolato ed ampio negli anni 1875- 1890. Ma in tutta franchezza, per me, quest'opera, meno dispersiva e più accentrata sul motivo, ha un sapore tutto particolare perché ci rivela una dote somma, quanto poco conosciuta dell'artista e cioè quella di dare peso ed importanza a cose usuali e quotidiane da molti neanche notate. Opera di semplice soggetto ma non altrettanto di esecuzione; infatti nella tavoletta si può apprezzare una grande sapienza compositiva dove si rivela al meglio tutta la metrica fattorina, efficace soprattutto negli spazi brevi. L'occhio è guidato dalle due direttrici: il muro e il ciglione dentro il breve percorso, in leggera salita, della strada, fino a dove svolta, quindi raffrena impattando morbidamente in una quinta di vegetazione a più piani, scalati leggermente in profondità. Opera austera dove contano solamente le infinite variazioni tonali del verde ed anche l'azzurro pallido dell'occhio di cielo che fa capolino fra la vegetazione è tenuto sotto tono. Tutto è sommesso e misurato, sprofondato in una quiete e in un silenzio così percettibili che sfociano in quella sorta di sospensione atemporale già riscontrata in altre riuscite opere del Fattori. Anche fra gli avana scuri del muro, i bianchi della strada ed i verdi cupi del ciglione in primo piano sono ben raccontati, mentre il colore si schiarisce in profondità in una sorta di prospettiva cromatica. Altro contrasto è generato dai bruni dei tronchi degli alberi che scandiscono lo spazio e dal verde delle loro chiome. Il pigmento pittorico è "magro" ed in varie parti dell'opera lascia intravedere il supporto ligneo. Importante è l'andamento della pennellata che costruisce il muro con piccoli tocchi verticali mentre si fa più ampia e sinuosa nel definire la strada e crea l'erba ai piedi del muro con pennellate oblique che hanno i l duplice compito e di modanatura e di raccordo fra la verticalità del muro e l'andamento orizzontale della strada.

Belle infine le chiome degli alberi vaporose e indefinite, come si direbbe oggi "alla Rosai", artista che guardò al Fattori in maniera più consistente di quanto non si dica e si scriva. Questa stessa opera a parti invertite è ripresa in una bella acquaforte che ne diviene così la sua specchiatura, le altre varianti sono un cielo più ampio ed una figura di viandante. Il modo di riprendere e di rielaborare temi a lui cari è tipico del Fattori grafico, attento non tanto al soggetto, quanto al segno che costruisce e struttura l'opera; un segno che sostituisce il colore e imprime nuova linfa e vigore alla sua metrica. Con queste opere grafiche Giovanni Fattori si allinea alla ricerca artistica più avanzata a livello europeo, nell'ultimo ventennio del secolo. Notare come è costruito i l cielo nell'acquaforte qui riprodotta, dove un segno fitto si ammatassa a voler rendere l'idea del movimento di nuvole e d'aria. Sono queste soluzioni che rendono il Fattori uno dei più grandi acquafortisti di ogni epoca.



Enrico Guarnieri
GIOVANNI MAZZI "LA SCELTA DELLA REALTA'" BIENNALE DI VENEZIA


Ispirandosi al film Wim Wenders " Il cielo sopra Berlino", del 1987, Giovanni Mazzi riesce a creare un'opera di forte contrasto simbolico; colpisce infatti immediatamente una parte incisa in bianco e nero che si contrappone con forza a quella colorata, formando così un dittico di fondo che trova la sua unione attraverso la figura umana in primo piano; figura che, comunque unisce i due distinti piani in un unicum, come uniche ed indivisibili sono le nostre contrastanti sensazioni ed espressioni umane.

Il tutto ulteriormente evidenziato dal confronto della parte incisa con quella colorata, confronto evidente che rispecchia la nostra interiorità dove i solchi del dolore e delle passioni contrastano nettamente con la nostra gioia di vivere e con la nostra voglia di felicità.

Dualismo che deve essere letto anche come un passaggio da uno status primordiale ad uno illuminato dove la luce ed il colore hanno valenza di rivelazione ed aspirazione ad una crescita interiore anche se, da uomini, non riusciremo mai a raggiungere neppure una parvenza di perfezione.

Perfezione a cui nel film, però, l'angelo Daniel, rinuncia per una volontaria condizione umana che solamente allora gli permetterà di capire e condividere appieno le sensazioni terrene e di gustarne la loro terribile contraddittorietà, acquisendo così la completa presa di coscienza della caducità di tutte le cose e la loro transitorietà. Cosa che ha perfettamente esplicato il Botticelli nella sua "Nascita di Venere", limite temporale che ci permette, però, di ammirare ed apprezzare la parabola di tutto ciò che, se fosse eterno, verrebbe percepito come usuale e poco gratificante.

Ancora una volta Giovanni ci porta a riflettere sulla condizione umana e le sue poliedriche sfaccettature permettendo ad ogni fruitore dell'opera di usarla come cartina di tornasole per analizzare il proprio sentire ed il proprio essere; e questo è il principale compito di un artista.





Enrico Guarnieri
RAUL CEVILLE "PAESAGGI INVISIBILI"


Mosso dal desiderio di toccare con mano le opere di Michelangelo, Raul Ceville giunge da Panama, suo paese natale, a Firenze, sulle tracce del Buonarroti. Questo desiderio pesò molto sulla sua scelta, perché lui, scultore alle prime armi, voleva studiare nella culla del Rinascimento ed analizzare dal vero i suoi numerosi capolavori. In questa scelta fu aiutato dal suo primo maestro che i n patria lo introdusse all'arte europea ed i n special modo in quella catalana e fiorentina, da l u i ben conosciute, perché durante un suo tour europeo aveva soggiornato anche a Barcellona e a Firenze. Raul arrivò nella nostra città nel 1946, dopo un lungo viaggio via mare, grazie a una borsa di studio che gli permise di fare vari tentativi in campo artistico. Tentativi che inizialmente furono costellati da dubbi, incertezze e ripensamenti, cosa del tutto naturale per un giovane che decide di abbracciare la disciplina artistica, così difficile e soggettiva, che obbliga ad un percorso solitario ed autonomo nel tentativo di trovare uno stile valido e soprattutto personale.

Raul, secondo me, l'ha trovato affiancando da subito alla scultura anche la pittura e, curioso e sempre pronto a sperimentare, da qualche anno si cimenta anche nel tessere arazzi col metodo Gobelins. Intorno al duemila è entrato a far parte dello Studio 7 di Campi Bisenzio, gruppo artistico, che non svilendo i l percorso autonomo ha come cardine fondativo la collaborazione fra i singoli componenti con i l fine di creare opere in comune in un connubio di arte e alto artigianato che richiama, oltre i nostri cantieri e botteghe rinascimentali, anche l'Arts and Crafts preraffaellita.

Dovendo definire pittoricamente Raul, lo definirei un paesaggista, sui generis, ma paesaggista, pur sapendo che questa classificazione gli va stretta perché insieme alla definizione di Macchiaiolo fa storcere i l naso ad alcuni addetti ai lavori, ma non è questo il momento della polemica.

Infatti, è bene ricordare che i l paesaggio ha origini di alto lignaggio, già nel corso del Cinquecento, soprattutto in quello veneto è paritetico alla figura umana; diviene genere autonomo nel Seicento olandese e nella seconda metà dell'Ottocento assurge a sperimentazione di avanguardia con gli Impressionisti ed i Macchiaioli, poi, come tutte le avanguardie, esaurita la sua spinta polemico-sperimentale, si cristallizza in accademia.

Non per questo è un genere da abbandonare a se stesso e, proprio gli artisti come Raul, hanno il merito d i averlo tolto dalle secche post-macchiaiole e post-post-impressioniste e di riconsegnarcelo rivitalizzato, con innovazioni ed intuizioni che hanno, a livelli eccelsi,i loro antesignani i n Piet Mondrian ed in Hans Hartung.

Mi si passino questi nomi, che sono solamente degli esempi, anche perché Raul non ha bisogno di essere accostato a nessuno né tanto meno impreziosito con nomi altisonanti, perché ha trovato un modo di esprimersi originale ed autonomo. Le sue opere paesaggistiche si possono sommariamente dividere in suggestioni di paesaggio e paesaggi della memoria che l'artista esegue seguendo un iter lungo e laborioso. Inizia col mettere la prima impressione sulla carta attraverso piccoli disegni a matita, poi elabora lo schizzo in opere di medio-piccola dimensione, con i pastelli che gli consentono velocità esecutiva e resa morbida e soffusa. Solo successivamente riporta il tutto in opere medio-grandi eseguite con i l colore ad olio e tempera, oppure tessute sul telaio in base alla necessità espressiva del momento.Non sono opere di lettura immediata, infatti vanno ben osservate per essere apprezzate, in quanto dipinte con grande semplificazione formale che sfiora l'astrazione. Per eseguirle non occorre neanche recarsi en plein air perché non è necessario ricevere l'impressione dal naturale ma si può benissimo agire razionalmente estrapolando il

dato naturalistico da una semplice foto.

L'artista, nell'eseguire le sue opere lo fà sfrangiando i contorni perimetrali che qua e là lasciano intravedere i l fondo di preparazione, un fondo necessariamente nero perché sia che operi su carta che su tela sente i l bisogno di usare questo colore come supporto. Infatti questo fondo, oltre ad influire sulla resa cromatica, se fatto affiorare in alcune parti dell'opera, le conferisce maggiore costruzione e maggiore forza espressiva.

Questo metodo compositivo è così necessario all'economia delle sue creazioni che ha dovuto tesserlo anche nei suoi arazzi e, proprio i n quello più grande, i l nero ha funzione strutturale col compito di sorreggere tutta la composizione. Questo modus operandi può avere una doppia lettura, può essere considerato, come espresso sopra, un rafforzativo alla composizione cromatica ma anche essere visto come una contaminazione, perché questa carie che intacca i piani ed i colori, col suo manifestarsi, va a minare l'apparente solidità compositiva dell'opera. Questa netta contrapposizione ha, però, una sua logica e deduzione, infatti l'essenza umana, apparentemente forte, solida e ben strutturata, ad una visione più attenta, ci rivela le sue lacune e le sue imperfezioni che sono proprie della natura stessa.

Le espressioni artistiche di Raul hanno come dote massima, i l colore, un colore- luce vivo e sapientemente distribuito, dalle infinite sfumature dove i toni caldi contrastano con quelli freddi ed ogni colore ha i l suo peso ben individuato ed analizzato nelle sue variazioni tonali che porta all'economia della stesura dei piani. Piani che si incastrano e si compenetrano in una sorta di sinfonia cromatica che, se anche obbligata dal pentagramma della costruzione geometrica, lascia squillare le note di un colore vivo ma mai strabordante, incastonato nella struttura con una purezza adamantina. Un colore che prevale sul segno subordinandolo ma non mortificandolo che nella sua preponderanza sfuma i contorni e ci invita a riflettere sulla labilità dell'esistenza. Interessante il suo sviluppo tematico del quadro nel quadro eseguito, non come arricchimento compositivo, ma visto quale simbolo del viaggio, perché seguendo una ipotetica via, quello che fino ad un certo punto del percorso ci si parava come l'orizzonte,

giungendovi, non diviene punto di arrivo ma tappa intermedia, aprendo nuovi orizzonti che alla loro conclusione ci mostreranno, a loro volta, nuovi scenari. Ciò è metafora di una via Francigena interiore che, attraverso le sue soste transitorie ci porta a dipanare la nostra esistenza e tentare un'ascesi intellettiva quale compimento esaustivo del nostro essere.

Nella sua costante ricerca il punto più avanzato è dato dall'arazzo verde con la macchia gialla, vero paesaggio della memoria, perché sorvola sulle ali del ricordo le foreste della sua infanzia contraddistinte da un'infinita variazione di verdi intervallati a tratti dalla chioma gialla del guaiacan, albero tipico d i quella regione. Da ciò si evince che la forma comincia a stargli stretta infatti sta sperimentando una nuova semplificazione che lo potrebbe portare all'astrazione pura.





Enrico Guarnieri
GUALTIERO RISITO "L'UOMO DELLA MANCHA"


Gualtiero Risito, da buon artista fiorentino, nelle sue opere privilegia i l segno, come nella migliore tradizione pittorica cittadina. Infatti il disegno è la principale caratteristica dei nostri più importanti periodi e movimenti artistici che nel corso dei secoli hanno creato una vera e propria scuola: la Scuola Fiorentina.

Attraverso i l disegno si indaga la forma astraendola dal suo contesto naturale facendola assorgere a idea e perciò rivendicando ad essa i l primato sulla forma. Pertanto l'oggetto non avrà nella sua rappresentazione una valenza reale ma sarà un segno dell'idea concepita dall'artista. Questi concetti sono alla base del Simbolismo, perciò Gualtiero è da considerarsi un simbolista a tutti gli effetti perché, rifiutando la rappresentazione del vero, gioca tutta la sua composizione affidando ai segni i l compito di rivelarci i l suo sentire e le sue idee.

Dal 1998, l'artista è entrato a far parte dello Studio 7 di Campi Bisenzio, eterogeneo gruppo artistico-culturale che vanta nella propria storia, oltre a numerose mostre collettive, anche lavori in comune effettuati in perfetta simbiosi, come l'arredamento collettivo della "Cappellina", luogo di culto della Residenza Sanitaria Assistita "Le Mimose" a Campi Bisenzio, località Capalle. L'artista attinge ai grandi testi letterari per realizzare i suoi cicli pittorici, come in passato, quando ha estrapolato le storie della Genesi dalla Bibbia e quelle dei Sette Sigilli dell'Apocalisse dal Vangelo di S. Giovanni; attualmente ha quasi concluso la serie derivata dal Don Chisciotte di Cervantes. Sulla tela è solito fermare i fatti salienti del testo, o almeno quelli che più lo hanno impressionato ed emozionato, infatti l'esecuzione dei quadri è sempre preceduta da un'attenta ricerca documentaria e da una lunga e sofferta sperimentazione dove schizzi e disegni preparatori sono intervallati da pause di riflessione piene di dubbi e ripensamenti. Tutto ciò genera in lui una forte tensione che gli consente di innervare l'opera e di farcela pervenire viva e vibrante. Questi cicli tematici non sono la Bibbia pauperum medioevale, perché diverso è i l fine: infatti gli affreschi delle chiese volevano insegnare le storie sacre a coloro che non sapevano leggere mentre le opere di Gualtiero sottintendono ad un preciso bisogno di prolungare la narrazione oltre quella già insita nell'opera stessa. Quindi il viaggio che l'artista intraprende insieme a Don Chisciotte gli è necessario per chiarire, oltre i l suo percorso artistico anche i l suo percorso umano e intellettivo.

La realizzazione di questi cicli lo obbliga ad un percorso intellettivo che lo porta a conoscere meglio se stesso, la sua limitatezza umana, le sue contraddizioni, quindi, preso coscienza dei propri limiti, cerca l'ascesi per una sua crescita interiore ed un suo ulteriore arricchimento spirituale.

Illustrando le gesta di questo paladino un po' goffo che agisce nella speranza di una parziale elevazione, lontanissimo dagli eroi cristallini che la tanta retorica ci ha da sempre propinato, l'artista vuole farci prendere coscienza della fragilità delle nostre illusioni e spingerci alla riflessione sulla nostra realtà quotidiana che spesso tentiamo di addolcire se non addirittura trasfigurare. Trasfigurazione illusoria che porta l'eroe di Cervantes a vedere nei mulini a vento i l male estremo e nella contadina-principessa Dulcinea l'archetipo di ogni bellezza.

Ritengo, però, che i l suo messaggio più nascosto si celi nei fondi delle sue opere: non è i l livido "aere perso" dantesco ma, per me, un imponente ammasso di energia, un'energia non caotica ma quella post Big Bang quando la materia in rapida espansione andò a posizionarsi con ordine e correlazione gravitazionale. Mosse che hanno anche i l compito di chiudere la fuga prospettica che, altrimenti, si proietterebbe all'infinito, dilatando troppo la scena e facendo perdere ai personaggi in primo e secondo piano parte della loro efficacia espressiva. Questa concretizzazione di energia e di materia si addensa e si scompone in mille filamenti liberando, a tratti, spazi di cielo terso, masse che nelle loro infinite evoluzioni assumono le più svariate forme antropomorfe e zoomorfe; da questo magma marezzato, poi, spuntano, improvvise, anche figure mostruose che, minacciose ed incombenti concretizzano le nostre ansie e le nostre paurmonolitici situati in luoghi difficilmente raggiungibili che rappresentano i simulacri delle nostre vanità ed i simboli dei nostri desideri inappagati.

La sua stesura cromatica, contraddistinta da un colore quasi cristallino, è per lo più orchestrata sulla gradazione dei chiari che virano e si compenetrano con i bruni, quasi sempre ai margini della composizione. Ad integrazione del suo ultimo ciclo pittorico, l'artista, ha creato una grande scultura in ferro che ci mostra l'eroe cervantesco in tutta la sua imponenza, una scultura che a dispetto della mole e dell'altezza non risulta affatto pesante grazie alla sapiente disposizione dei pieni e dei vuoti. Molto significativa è la faccia divisa a metà, una parte modellata con i tratti fisiognomici peculiari all'eroe, contraddistinta da un'aria ieratica molto attinente alla sua personalità. L'altra metà della faccia, forgiata liscia ed inespressiva come quella di un manichino dechirichiano. Tutto ciò può simboleggiare la nostra estrema difficoltà ed impossibilità a comunicare completamente con gli altri ed essere l'allegoria di quel dualismo che spesso sentiamo premere dentro di noi.

Sarebbe interessante osservare lo sviluppo di questa sua dote scultorea in maniera più continuativa.





Enrico Guarnieri
ROBERTO ROMOLI "MEDITAZIONI"


La pittura del fiorentino Roberto Romoli è densa di contenuti, peculiarità riscontrabile in tutti gli artisti aderenti allo Studio 7, di cui è socio e cofondatore. Contenuti che agiscono da comune denominatore di un percorso artistico collettivo dove viene incoraggiata e non mortificata la naturale diversità espressiva ed intellettiva di ogni singolo componente.

Roberto è da annoverarsi, senza dubbio, fra i pittori surrealisti in quanto, secondo me, la sua espressione pittorica si riconosce a pieno i n questo movimento artistico. Infatti come scriveva Andre Breton nel suo Manifesto del surrealismo del 1924, di cui riporto uno stralcio: "La sola parola di libertà è tutto ciò che ancora mi esalta. Io la credo capace di alimentare all'infinito l'antico fanatismo degli uomini. E' la mia sola legittima aspirazione. Fra le tante disgrazie di cui siamo eredi bisogna riconoscere che ci è concessa la più grande libertà di spirito."

Anche Roberto Romoli, appunto, è un uomo libero di spirito, schietto, uno che non te la manda a dire dietro, una persona sensibile che mal sopporta le vessazione e gli abusi di potere, reagendo sia quando viene intaccata la sua sfera personale, sia quella sociale ed è qui che esce fuori i l suo spirito romantico.

Questa reazione trova un parziale sfogo ed una giusta incanalatura nell'esecuzione delle sue opere pensate ed abbozzate sempre sotto l'influsso di una forte emozione. Se però l'idea e l'abbozzo primario sono di getto, la stesura finale dell'opera è invece minuziosa, pensata ed impaginata in ogni minimo particolare, caratterizzata da un colore brillante e compatto, quasi levigato. Guardando un'opera dell'artista balza subito all'occhio i l netto contrasto fra l'armoniosa e trasparente rotondità delle bolle di sapone e la concreta drammaticità delle linee spezzate, definenti i perimetri delle faglie e delle brecce che vanno a rompere o ad incrinare la compatta integrità del cielo e della terra. Tale dicotomia si ritrova anche nei suoi gusci d'uovo, sempre svuotati della vita, con lo stesso netto contrasto fra la loro linea perfetta e le numerose fratture che vanno a violentare la loro compiuta integrità armonica. Anche le scacchiere e le pavimentazioni piastrellate, realizzati con prospettiva e scorcio perfetti, sono contaminati da squarci e crepe che vanno ad interrompere la loro perfetta griglia geometrica. Questo contrastante dualismo che volutamente spezza il fluire della calligrafia pittorica altro non è che la raffigurazione e concretizzazione dei nostri contrasti e delle nostre contraddizioni con cui quotidianamente dobbiamo fare i conti, conseguenza della nostra imperfezione che non trova mai la sua sublimazione ma costantemente e caparbiamente cerca di raggiungerla. Questo anelito viene espresso dall'artista anche attraverso dei palloncini e delle bolle di sapone che si stagliano nei cieli dei suoi quadri e questa costante si ritrova in quasi tutte le sue opere. Però i l loro volo non è completamente libero, perché una sorta di forza gravitazionale sembra ancora volerli tenere connessi alla terra, nostra realtà quotidiana.

Un discorso particolare meritano i suoi cieli, dove nelle tante slabbrature si nota un evidente spessore, presentandoceli come cieli affrescati, quinte teatrali di un palcoscenico dove si rappresentano, in chiave simbolica, i limiti e le ipocrisie umane. Teatro dove recitano anche i teatranti con le loro multiformi maschere, istrionici e insuperabili dell'adulare e nell'abbindolare, sempre pronti ad usare, senza scrupoli, queste loro tragiche doti per trarre i l loro massimo profitto senza tener conto dei diritti altrui.

Però in alcuni suoi dipinti dall'aridità di legni apparentemente morti e da terre riarse e crepate, spunta un germoglio o un fiore che sembrerebbero rivelarci un piccolo spiraglio di ottimismo dettato dalla sua volontà di cercare i l lato buono della natura umana, perché con l'amore è anch'esso una nostra imprescindibile componente.

Una parte importante della sua ricerca è i l trascorrere inesorabile del tempo che, con i l suo agire, incide sulle cose e sulla nostra realtà esistenziale. Infatti oltre al tempo reale che spezza gli archi, crepa i monumenti, leviga e modifica le rocce esiste anche quello più invisibile che stratificandosi in noi segna e plasma la nostra interiorità ed i l nostro sentire. Un tempo che con i l trascorrere degli anni ci fa avere un diverso approccio alla realtà delle cose con i suoi lenti depositi, lenisce in parte le nostre ansie.

Vorrei vedere sfruttata di più la bolla, non usata i n maniera simbolica, come in quasi tutta la sua produzione ma adoperata come involucro atto a segnalare e a portare in primo piano i concetti cardine del dipinto, usata quindi come evidenziatore con lo scopo di sottolineare in maniera più netta le parti essenziali della narrazione.

Con questa funzione l'ho vista dipinta una sola volta nel quadro "Malerba". Potrebbe essere un'idea come base per una successiva ricerca.



Enrico Guarnieri